Skip to main content

CLAUDIO CERRITELLI

CORPOREAL METAMORPHOSIS

Beating sculptures are those ones displayed by Narciso Bresciani in his exhibition where the leading pattern is the earth, such as inner matter disclosing the changeable forms of a plastic feeling, the ambivalence of full and empty, the unpredictable and precarious spatial balances. The way of thinking about sculpture is strictly related to the secret senses of memory, to the becoming of corporeal metamorphosis as a process expressed through the mutual interaction between the creative flow and the hand that reveals the form in its happening.

The visual identity of each work is a path of creative possibilities from which primeval condition of what is visible are produced, biomorphic elements that aggregate upwards or along horizontal lines of development, spontaneous proliferation of plastic units displaced in different ways in the exhibition area. The fruition is not only aimed to its plastic and chromatic outward visibility but presses the vision to face with the surface rifts, with the inner ghosts of the formless forms, with the unknown space of which sculpture becomes a temporary go-between. In the fruition of each work the point of view continually changes, in order to follow the fluid movement of the matter moulded and shaped by the artist who cannot help encompassing the empty, breaking the lines, superimposing the bits to highlight new balances or other matter overlaps. Thus, Bresciani seeks the tactile energy of the primeval instincts, the junction points between imagery allusions and abstract strains, scratches and cuts, basic procedures to reveal the body visceral conditions, the spaces hidden in the shapes magmatic flow. In this deep inspection of the unconscious, colours play an important role, as flaming vibes enveloping surfaces with strong polychrome marks supported by a technical skill that highlights its physical and perceptive qualities of the semi-refractory, gres, glaze, oxide and whatever alchemic transposition of the materials involved. The spontaneity of the act suggests this sense of spatial restlessness that characterizes the sculpture movements which sometimes are reckless, living matter made of fiery roundness, scraps and chippings, concentric whirlpools and sudden releases that reflect the artist's mood, the unpredictable dynamics of his mental energy.

Ed è qui, a mio avviso, che si individua l’elemento narrativo di questa scultura: quell’atto di trasformazione, quasi di metamorfosi, sembra compiersi sotto gli occhi del fruitore, quando invece è stato cristallizzato in maniera definitiva dalla cottura. Eppure resta l’impressione di un’immagine in fieri, di uno stadio intermedio di un processo che si sta compiendo. Queste sfere l’una accanto all’altra dentro un cavo più grande, oppure impilate l’una sull’altra in una colonna irregolare, non formano una natura morta, ma provocano una situazione dinamica: sta accadendo qualcosa anche se non si sa mai bene in che direzione stia andando. Lo stato di precarietà metaforica attivato dalla scultura, insomma, mette in moto un accadimento che si sembra svilupparsi per un moto interno senza bisogno della presenza umana, come un processo naturale che si compie in se stesso. In questo senso sempre Cerritelli osservava nel 2012 che «Bresciani cerca l’energia tattile delle pulsioni primarie, i punti di congiunzione tra allusioni figurali e tensioni astratte, lacerazioni e tagli, procedure essenziali per rivelare gli stati viscerali del corpo, gli spazi nascosti nel magmatico fluire delle forme». A maggior ragione, questo fenomeno si amplificava nelle installazioni di carattere ambientale, quando questi singoli elementi, nati provocando durante la modellazione delle lacerazioni nella struttura di sfere o ciotole o anfore, vengono disseminati sul terreno con varie disposizioni e il singolo oggetto, pur autonomo, non vale più soltanto per se stesso ma anche per il suo contributo a un insieme più ampio. In questo, come aveva osservato Flaminio Gualdoni commentando nel 2016 un altro ciclo di opere di Bresciani, i rilievi a parete lunghi e stretti degli Orizzonti, «non si avverte […] il retrogusto della liturgia fabrile, l’offerta all’apprezzamento estetico. Son lavori, i suoi, che nascono nel lungo, concentrato, intenso, a volte digrignante ma mai fittizio, tempo d’anima dello studio: e nei suoi silenzi. Ed è un tempo tutto introverso, esclusiva, di pienezza interrogativa di sé». Nei Territmi avviene qualcosa di analogo: una aggregazione narrativa di frammenti inizialmente a base modulare rettangolare o quadrata, da cui prendono forma delle “capanne” composite di lembi di materia coloratissima che paiono tenuti insieme più da una forza di attrazione che da una coesione strutturale. Dell’architettura hanno conservato l’idea di una forma che si può vedere da dentro e da fuori, che ha un esterno non come limite di un volume pieno, ma ossatura che delimita uno spazio e consente di apprezzarne lo sviluppo interno tramite varchi aperti in più punti, come a voler spingere lo sguardo ad addentrarsi nel cavo perimetrato dalla scultura. L’insieme che ne deriva è dunque molteplice e pronto a rivelarsi sotto aspetti di volta in volta differenti a seconda del punto di osservazione. Non esiste, in fondo, un’angolazione privilegiata per un colpo d’occhio unitario: Bresciani suggerisce piuttosto di seguire l’avvitamento dei singoli lembi di materia intorno a un asse, come se un vento avesse azionato il meccanismo interno alla forma sottolineando lo stadio provvisorio di un assemblaggio su cui si sono formate delle concrezioni minerali, ma che sembra sempre sul punto di essere smontato e ricomposto, e che al contempo rimane sempre trasparente rispetto ai propri processi costitutivi: seguire la dinamica di questi frammenti che si depositano su una struttura e vanno a comporre un insieme, infatti, dà l’impressione di seguire le varie fasi di lavoro con cui l’artista ha assemblato la scultura. Si ha la sensazione che quel tetto di un blu intenso sia appena calato sopra quattro colonne per fare da copertura alla “capanna”, che quel colpo che ha strappato un lembo di materia ripiegandolo su se stesso sia stato appena inferto, insomma come se un improvviso schioccare di dita abbia improvvisamente animato ogni pezzo portandolo a fluttuare fino a raggiungere la propria posizione nell’insieme. Se si riflette sul lato tecnico dell’esecuzione materiale, tuttavia, ci si rende ben conto che non può essere così, e che questa impressione è un’intenzionale scelta di poetica. Basta infatti rendersi conto che la colorazione, che ha un ruolo così importante in questa ricerca, è sempre successiva alla modellazione, per comprendere la capacità immaginativa con cui Bresciani ha controllato il piano tecnico e quello formale garantendo al risultato finale il senso di una leggerezza e naturalezza inimmaginabili, come se tutto fosse stato semplice e immediato. Qui, come aveva osservato Gualdoni già nel 2016, si consuma una «contaminazione consapevole tra retaggi di codice» possibile grazie alla ceramica quando fa coesistere un piano plastico e “sculturale” con uno cromatico strettamente pittorico. I Territmi, in fondo, sarebbero impensabili privi di colore, perché verrebbe meno quel dinamismo insito nella stessa strutturazione narrativa dell’insieme. Ed è il colore, in fondo, l’elemento strutturante che chiarisce i rapporti tra le forme, sottolinea i punti di dinamismo e stabilisce gli equilibri compositivi e rende inequivocabilmente leggibili i ritmi e i movimenti. Per questo, forse, è arrivato a una colorazione timbrica, seppur attutita dall’uso degli ossidi e non degli smalti - pure utilizzati in passato – in modo da mantenere una superficie opaca che non tradisce la propria natura fittile ma anzi la evidenzia. Ma il colore ha una funzione ulteriore: stabilisce la temperatura emotiva gioiosa e conferisce all’insieme una declinazione ludica. A ben vedere, i luoghi descritti da Bresciani sarebbero inospitali per l’uomo: un’idea di abitazione troppo provvisoria per poter essere definita “casa”, ma con un’intonazione ludica che rende tutto più aereo e leggero. Si direbbero strutture fragili, sempre in via di metafora, per resistere al tempo, come sedimentazioni di un tempo precario destinato alla transitorietà: un moto interiore le ha portate ad unirsi, ma si immagina che un soffio di vento le possa fare oscillare, rendendole canore e danzanti sculture.

Narciso Bresciani artista pavia

Each gesture of the hand that shapes the earth to provide us with forms, echoes to infinity the gestures of creation that we never witnessed.

© Narciso Bresciani CF: BRSNCS62E11G388C

Una creazione - Geniodelweb.it