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DUCCIO DEMETRIO

PER NARCISO BRESCIANI

Ogni gesto della mano che usi la terra per offrirci forme, ripete all' infinito i gesti della creazione cui non assistemmo. Prima che un dio pensasse l' uomo. Si rende atto capace di elevarsi a sacralità pagana, dionisiaca, immanente. Mentre le dita sottraggono alla polvere la loro aerea inconsistenza, chi sceglie tale materia del mondo le restituisce parole cretacee che non sa dire. Ne salva la visibilità. Incidendone la corteccia escono viscere; le incurva, le dispiega, per nuovamente disperderle, in manciate almeno divenute sabbiose. Miti animistici, cosmogonici o piuttosto teocentrici fuoriescono, sgocciolano, fluiscono dagli anfratti terrosi, balzando ora secchi, ora pingui e carnosi. Dalle inerzie del suolo, c'è così chi redime l' inerzia delle cose. Una religiosità della terra universale, inesausta e insaziabile, si spigiona da chi accetta tale sfida. Non temendo ogni ubris. Narciso Bresciani appartiene alla schiera degli anacoreti dediti a trarre sostanza dal suolo, interrogandolo nel mentre l' intacca. 

Coglie l' istante in cui, esausti o annoiati, stanchi, gli immortali si assopiscono e ad essi si sostituisce. Non lo scultore che spezza la pietra, ma chi plasmi, impastando, levigando, forando gareggia ancora con il primo giorno della creazione, per portarci altrove e oltre il settimo giorno. Chi alla terra si è rivolto per trarne consiglio, materia del suo canto, con il suo eros potente e umile ne è, da tempi immemori, il celebrante. Egli crede nella terra per noi, che più non sappiamo sentirne i madidi odori del fieno, i sospiri dell' acqua dentro cui pulviscoli lucenti scorrono; il bisbigliare dei semi in attesa di assimilare ogni umore in essa discioltasi. Egli solleva i vuoti e li ripone intatti; suggerisce ai corpi di tacere, per coglierne i fruscii; ogni suo tema vitale riscoperto insinuandosi in Gaia ci inizia ad un culto. La sua è una quotidiana liturgia del tempo fattosi crinale, tra il prima e il dopo. I suoi impasti restano, perché ci sfuggono. Le dita che li hanno conformati, sempre sanno arrestarsi all' abbozzo. Così la sua sapienza può salvare dal buio le figure che non sapemmo scorgervi. Bresciani ci offre cripte, cunicoli, ritmate dune, sequenze tubacee. Dalle sue pietrose, ma sempre molli concrezioni appaiono indizi di memorie interrotte, possibilità che hanno rinunciato ad ogni inganno di eternità. La fragilità scorre imparziale in tutto quanto egli dona. Scava, raccoglie, accumula, distende, innalza, buca al nostro posto; poi entra nelle scaglie delle superfici, ne slabbra gli orli, li rende ribollenti di una lava consumata, stancatasi del caos primordiale. Il divenire dei suoi gesti evoca quanto non ci fu dato vedere. Ogni suo manufatto primitivo, non riuscirà mai a possedere la sua identità. D' incompiuto è fatto il suo meditare. Questo egli sa e vuole, anche per noi. Poi ci introduce alla poetica dell' istante prolungabile all' infinito; qui riappare un' ombra, impigliatasi per sbaglio in una trama di cartilagini, di scaglie, di vulve. Pentitasi di essere finita nell' incessante catena delle metamorfosi di ciò che è ancora più vivente, perché mai nato… Silenzi sonori Bresciani costruisce per noi, muovendosi tra le opere sue, senza più una terrena prigione ci spostiamo altrove; verso quelle fessure dell'anima che si vanno chiudendo, nel mentre ciò che appariva sigillato, già si va facendo annuncio di un altro respiro.